Recensioni

Yo-Kai Watch, piccoli problemi quotidiani


Visto con Alessandro, 4 anni, e Marco, 8 anni

Yo-Kai Watch, piccoli problemi quotidiani

Finalmente una serie senza combattimenti, che rassicura i bambini proponendo l’amicizia come motore per sbloccare piccole e grandi questioni della vita

di Luca Maragno 19/04/2017

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Nato come videogioco per piattaforme Nintendo nel 2013 Yo-Kai Watch è divenuto rapidamente un successo internazionale che ha dato vita anche a un manga e a una serie Tv, in Italia trasmessa dal 2016.

Il protagonista è un bambino di 11 anni che, grazie a uno speciale orologio, è l’unico in grado di vedere gli Yo-Kai, ovvero degli spiritelli in grado di interagire con la realtà.

In un primo momento potrebbe sembrare un mix tra Ben 10 e Pokémon per via dell’orologio e delle numerose e buffe creature, gli Yo-Kai appunto, ma basta arrivare in fondo anche solo alla prima puntata per capire che l’idea nasconde una profondità maggiore, almeno dal punto di vista “educativo”. Gli Yo-Kai, infatti, sono l’escamotage con cui vengono spiegati certi comportamenti anomali delle persone, o situazioni che soprattutto ai bambini possono risultare strane, imbarazzanti, difficili da comprendere. I genitori litigano? È colpa di Negatina, uno Yo-Kai che influisce negativamente sull’umore delle persone. Una compagna di classe si imbottisce di merendine fino a stare male? Colpa di Nonno Fame che fa venire appetito alla gente. Un’amica rivela che hai appena fatto la cacca nel bagno della scuola mettendoti in imbarazzo? Colpa di Rivela, che fa dire tutto quello che passa per la testa. Ogni episodio propone insomma un “problemino” e uno Yo Kai nuovo di riferimento.

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Il “giochino” risulta divertente e rassicurante, nel senso che esplicitando quelle situazioni che magari i bambini vivono con disagio in un certo senso le normalizza ed esorcizza di conseguenza qualsiasi paura solamente col l’atto di dichiararla.

Lodevole anche la dinamica risolutiva, che non passa mai attraverso battaglie o combattimenti (finalmente!), perché questi spiritelli non si devono sconfiggere o eliminare, il più delle volte sono solo “bloccati” e va fatto qualcosa per riuscire a farli andare avanti nelle loro vite. Mica male come metafora per la quotidianità che riguarda tutti, no? Per esempio Jibanyan, il preferito di mio figlio piccolo, era un gattino investito da un camion, “bloccato” in forma di Yo-Kai perché la sua padroncina gli ha dato dello stupido per essersi fatto investire. Il suo spirito, quindi, si è intestardito nell’allenarsi tutti i giorni per affrontare i camion, attraversando la strada lui stesso (e facendo la buffa mossa della “Furia Zampettante”, costantemente inutile contro i colossi meccanici) o prendendo possesso dei pedoni e facendoli attraversare pericolosamente.

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Il protagonista risolve la faccenda diventando suo amico e aiutandolo, guadagnando un gettone che inserito nell’Orologio gli permetterà di evocarlo per farsi aiutare in avventure future. Diventare amico degli Yo-Kai per collezionare i loro “gettoni” è quindi il modus operandi per la risoluzione dei vari problemi.

Questa visione del mondo si sposa perfettamente con la cultura animista Giapponese, tant’è che gli Yo-Kai non sono un’invenzione recente ma fanno parte della mitologia del Sol Levante.

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Un’ultima nota sul linguaggio, inteso anche come ritmo della rappresentazione: i personaggi inondano di parole lo spettatore, le azioni si succedono quasi freneticamente e un certo rallentamento si avverte solo nei flashback che spiegano la storia dello Yo-Kai della puntata. A me e, credo, alla mia generazione, risulta a tratti frastornante, ma è indubbio che sui miei figli abbia mordente e, anzi, faccia risultare i classici come Heidi o Conan, terribilmente lenti.

Entrambi i miei figli adorano questa serie. Quello grande che frequenta la terza elementare ha più o meno l’età del protagonista, quindi l’immedesimazione risulta facile e le situazioni proposte subito identificabili anche nella sua vita quotidiana, quindi sospetto che per lui il meccanismo di rassicurazione faccia un grande effetto. Quello piccolo è più divertito invece dalle fantasiose rappresentazioni degli Yo-Kai e appena arriva la sigla finale scatta buffamente in piedi per ballarla come fosse una baby dance.

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