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La canzone del mare, un oceano di poesia – La recensione


Visto con Alex, 7 anni, e Giorgio, 5 anni

La canzone del mare, un oceano di poesia – La recensione

A metà tra favola e poesia, il nuovo film d'animazione di Tomm Moore usa leggenda delle selkie, metà foche e metà donne, per parlare di famiglia, di morte, di lutto e di sentimenti da affrontare con la semplicità tipica dei bambini

di Karin Ebnet 21/10/2016

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La canzone del mare non è un film come gli altri, e non solo per lo stile visivo, ben lontano dall’omogenea grafica 3D a cui ci ha abituato l’animazione degli ultimi anni. Il regista Tomm Moore ha intinto i pennelli nella tradizione folkloristica irlandese per tratteggiare con ombre di poesia una storia che parla a tutta la famiglia.

Saoirse è una bambina di sei anni cresciuta senza la mamma in un isolato faro su una piccola isoletta irlandese, circondata da un lato dall’affetto di un padre incapace di elaborare la perdita della moglie e dall’altro dal risentimento del fratello più grande che imputa a lei la scomparsa della madre. Con loro anche il cane Cru, che si prende cura dei bambini come fosse una tata, e la nonna, giunta dalla grande città (Dublino) per cercare di restituire ai piccoli un po’ di stabilità affettiva. Perché, a sei anni, Saoirse ancora non parla…

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A questa trama che galleggia in superficie se ne lega un’altra, più profonda, che parla di miti, di leggende e di fantastiche creature come le selkie o i seanachai. Le prime sono  foche che, secondo alcuni racconti mitologici, possono trasformarsi in donne durante la luna piena e gli uomini possono trattenerle con sé rubando loro il manto, i secondi sono i narratori tradizionali che hanno la funzione di imparare le storie delle vecchie generazioni per trasmetterle a quelle successive.

Tomm Moore ha attinto proprio da queste leggende per raccontare il viaggio, anche e soprattutto interiore, che porta i due bambini protagonisti alla ricerca di se stessi e all’ elaborazione catartica del loro terribile lutto. Non per niente Il mito delle selkie è sempre stato usato da generazioni come allegoria del dolore della perdita in mare di una persona cara.

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Accanto alla loro storia, però, Tomm Moore ne racconta un’altra, quella del gigante Mac Liar, trasformato in pietra dalla madre Macha, un gufo-strega che gli ha rubato i sentimenti perché incapace di vederlo soffrire. Comportamento analogo a quello della nonna, che trascina i bambini nella fredda Dublino strappandoli alle loro origini perché pensa, erroneamente, di sapere cosa sia meglio per loro. Ma i bambini sanno meglio dei grandi che i sentimenti vanno affrontati. Il dolore, per quanto forte e devastante possa essere, deve insegnarci la pietà e la compassione, deve avvicinarci alle persone care che abbiamo intorno e deve diventare il mezzo con cui amplifichiamo e trasmettiamo il più importante dei sentimenti: l’amore.

Il tutto avviene sullo sfondo di un’animazione tradizionale, realizzata in 2D, con un meraviglioso tratto sfocato utilizzando lo stile dell’acquerello. Impossibile non pensare a un altro cinema, quello dello Studio Ghibili, di Miyazaki e Takahata, autori che lo stesso Moore ha ammesso di ammirare e da cui prende ispirazione.

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Grande importanza nel film ha anche la musica. Saoirse, muta per tutto il film, deve ritrovare la voce per riportare la pace nel cuore di tutti. Ed è cantando una melodia sacra che riuscirà finalmente a ricongiungersi con tutta la famiglia. Una canzone che è una sintesi perfetta di tutto l’accompagnamento musicale del film, composto da brani originali di Bruno Coulais uniti alla sonorità tradizionale irlandese della band Kíla. Un matrimonio di suoni che rafforzano la poesia della storia e fortificano la suggestione e l’empatia.

Alex e Giorgio hanno seguito il film a occhi spalancati dallo stupore. Sono stati trascinati dalla corrente del mito che li ha condotti tra emozioni e sentimenti fino a un finale commovente che ha strappato anche qualche lacrimuccia. Tante le domande che ovviamente emergevano durante la visione de La canzone del mare, legate soprattutto alla scomparsa della madre, un lutto che facevano fatica a elaborare anche perché molto distante – fortunatamente – dalla loro realtà quotidiana. Era da tempo però che non li vedevo così concentrati e partecipi alla visione di un film, così vicini ai protagonisti e ai loro sentimenti da diventare quasi un tutt’uno con loro. Ed è questa la vera magia del cinema.

 

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