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Kubo e la spada magica, un nuovo senso di libertà


Visto con Riccardo, 10 anni e Letizia, 7 anni

Kubo e la spada magica, un nuovo senso di libertà

Con Kubo e la spada magica LAIKA propone una riflessione sul significato di famiglia e di libertà, con una messa in scena mozzafiato che fonde stop motion e CGI

di Demis Biscaro 20/06/2017

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Una decina di anni fa lo psicologo argentino Miguel Benasayag nel breve saggio “L’epoca delle passioni tristi” avanzò una proposta per rimediare allo smarrimento esistenziale che affligge i giovani delle moderne società occidentali e che è imputabile a un clima educativo di irreversibile sfiducia nel futuro. Benasayag proponeva un recupero della libertà personale attraverso la costruzione di solidi legami sociali. Un’idea a prima vista paradossale (i legami non sono il principale limite alla libertà?!) ma che ha radici antiche, riconducibili a un’osservazione di Aristotele: “Lo schiavo è colui che non ha legami, che non ha un suo posto, che si può utilizzare dappertutto e in diversi modi. L’uomo libero invece è colui che ha molti legami e molti obblighi verso gli altri, verso la città e verso il luogo in cui vive.”
Non è dato di sapere se gli sceneggiatori di Kubo e la spada magica erano a conoscenza delle idee di Benasayag ma la storia che hanno scritto vi si accorda alquanto.

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Kubo è un ragazzino che vive con la madre Sariatu in una grotta ai margini di un piccolo villaggio, nell’antico Giappone feudale. Entrambi sono braccati dalla famiglia di lei che non ha mai accettato che la donna abbia abbandonato la casa paterna per sposare Hanzo, guerriero straordinario e padre di Kubo. Per difendere suo figlio Sariatu ha dato fondo a tutta la sua magia e ne è rimasta irrimediabilmente spossata. Parte di quel potere magico però scorre anche nelle vene del ragazzo che lo usa per animare splendide figure di carta mentre racconta le imprese di Hanzo, accompagnato dal suo inseparabile shamisen, uno strumento a tre corde simile a una chitarra. Quando il nonno e le sorelle materne individueranno il loro nascondiglio per Kubo comincerà un’odissea che lo porterà alla riscoperta delle sue radici.

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Dopo Coraline e Boxtrolls la LAIKA mette in scena ancora una volta una riflessione sulla famiglia, primo luogo sociale in cui ciascuno può esprimere la propria individualità e imparare ad armonizzarsi con gli altri per dar vita a una melodia unica, proprio come le corde dello shamisen. Un’irripetibile musica a tre in cui un ruolo chiave spetta ai genitori (“the two strings”, le due corde del titolo orginale…) capaci per amore di trovare forza e volontà per supportare il proprio figlio anche se soverchiati da difficoltà e menomazioni invalidanti.

Come in ogni classico racconto di formazione il percorso di crescita di Kubo si snoda attraverso un viaggio avventuroso e irto di pericoli, sulle tracce di un’armatura magica che dovrebbe proteggerlo definitivamente dalle grinfie del nonno ma che si rivelerà drammaticamente inadeguata. A salvarlo saranno invece i legami di fiducia che avrà maturato durante la ricerca e grazie ai quali riuscirà a ricomporre il puzzle della sua vita.
In quest’epoca di scoraggiamento diffuso (e di passioni tristi) la nostra forza sta nelle relazioni che intrecciamo in famiglia e all’interno della comunità con cui condividiamo la vita quotidiana, legami che neppure la morte può rescindere perché preservati dal potere dei ricordi. E saranno proprio i ricordi collettivi, tradotti in storia e identità personale, che costituiranno per il giovane protagonista il seme di un nuovo e positivo inizio, spezzando la catena di violenza e accompagnandolo ad imboccare un sentiero alternativo alla vendetta.

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Pur nella sostanziale linearità del suo svolgimento “Kubo e la spada magica” è una storia intensa, alleggerita da qualche momento comico, che si avvale di una messa in scena mozzafiato. Tutto merito di una fusione magistrale di stop motion e computer grafica, capace di ricreare con uguale efficacia mondi sommersi, caverne infernali e tempeste marine, restando però sempre al servizio della narrazione.

Tutto perfetto dunque? Non proprio. Si potrebbero additare alcuni bruschi salti di montaggio o lo sviluppo incompleto del personaggio dello scarabeo guerriero, ma poco importa. A una pellicola come questa si perdonano anche i difetti perché è capace di aprirsi una via tutta sua al cuore dello spettatore, battendo strade che divergono dall’omologazione imperante nell’animazione mainstream.

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I miei bimbi hanno seguito avidamente la storia, vivendola ciascuno secondo le proprie inclinazioni. Riccardo è stato maggiormente attratto dal “lato oscuro” della narrazione, incarnato dai personaggi dello scheletro gigante e delle due zie streghe dal volto inespressivo. Viceversa Letizia ha condiviso più da vicino l’altalena di emozioni di Kubo, facendosi incantare dagli elementi più fiabeschi, come gli origami animati o il vascello di foglie, e ha superato con la giusta quota di spavento anche le scene un pochino piú inquietanti. Alla fine sono rimasti entrambi entusiasti del film e piacevolmente sorpresi dall’inatteso finale.

Mentre con un pizzico di commozione ascoltiamo la voce suadente di Regina Spektor che sui titoli di coda canta “When my guitar gently weeps” di George Harrison ci chiediamo cosa resta di questa grande avventura.
Le parole ce le suggerisce ancora una volta Benasayag: “I legami non sono i limiti dell’io, ma ciò che conferisce potenza alla mia libertà e al mio essere. [...] In questo senso si potrebbe dire che la libertà individuale non esiste: esistono soltanto atti di liberazione che ci connettono agli altri.” E Kubo ce l’ha mostrato.

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