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Black Panther, lunga vita al re – La recensione


Visto con Alex, 9 anni, Giorgio, 7 anni

Black Panther, lunga vita al re – La recensione

Black Panther, film stand alone dell'universo Marvel, ci conduce nel cuore dell'Africa per decidere le sorti di Wakanda, un'Atlantide moderna dove si estrae il Vibranio

di Karin Ebnet 9/02/2018

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Prima di Avengers: Infinity War, il film che deciderà le sorti dei Vendicatori, Black Panther si è guadagnato un cinecomic stand alone. Prendendo esempio da Spider-Man: Homecoming, Disney confeziona un altro riuscitissimo capitolo che permette di posizionare altre importanti tessere nel grande mosaico dell’Universo Marvel.

Presentato velocemente in Capitan America – Civil War, dove si schierava nel team Iron Man, Black Panther ci conduce ora in Africa dove ritorna dopo la morte del padre per diventare Re a sua volta. Il suo regno però non è come ci si potrebbe aspettare. Wakanda è un’atlantide moderna dove convivono in perfetta armonia evoluzione e tradizione, tecnologia e riti ancestrali, ricchezza metropolitana e armonia con la natura. Ed è da qui che viene estratto il vibranio, metallo alieno indistruttibile che dona forza e vitalità a tutta la sua gente e che permette al principe T’Challa di diventare il più forte di tutti trasformandolo in Black Panther, il protettore di Wakanda.

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Il vibranio però fa gola anche a chi ha scoperto la sua esistenza, come il trafficante d’armi Ulysses Klaue (interpretato da Andy Serkis) che, da come sappiamo già da Avengers – Age of Ultron, ha rubato il potente metallo per metterlo in vendita al miglior offerente. Ma la sua visita a Wakanda ha lasciato dietro di sé morti che ora vanno vendicate. Riuscirà Black Panther a compiere la sua missione?

Nel cinecomic le sorprese e i colpi di scena non mancano. Tra questi c’è anche l’arrivo di un secondo villain, Eric Killmonger (interpretato da Michael B. Jordan), socio in affari di Klaue e, se possibile, ancora più spietato, che si presenterà a Wakanda reclamando un antico diritto.

A una prima occhiata appare evidente che il film possiede una forte connotazione maschile dove a contendersi il trono e il tifo della platea sono i potenti membri della famiglia reale. Nelle scene d’azione, numerose e spettacolari quanto basta (e forse anche di più), i muscoli guizzano e i bicipiti si ingrossano. Eppure a rubare la scena agli uomini questa volta sono le donne, grazie alle strepitose interpretazioni di Lupita Nyong’o, che si è calata nei panni di Nakia – spia e fidanzata di T’Challa – e Danai Gurira in quelli della guerriera Okoye, capo delle guardie reali Dora Milaje.

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Di grande impatto visivo anche la scenografia. Nel cuore della giungla africana non si nasconde soltanto una città metropolitana, ma si cela un’intera civiltà che è progredita grazie alla forza del vibranio. Longilinei grattacieli innalzano lo sguardo verso il cielo mentre velivoli super tecnologici volano nell’aria come uccelli. Il tutto sormontato da un’enorme pantera di pietra scolpita nella montagna che tiene sotto controllo l’intero universo di Wakanda.

In risposta all’umorismo invadente di Thor Ragnarok, il regista Ryan Coogler (già al timone di Creed: nato per combattere) sceglie di mantenere un basso profilo ironico caricando invece le atmosfere di epica memoria. Black Panther, completamente immerso nella tradizione africana – dalle scenografie ai costumi, alla musica – esalta il legame che unisce le nuove generazioni agli antenati, mostrandone al contempo i limiti e aprendo così un varco che conduce a un futuro diverso.

Applauso a scena aperta anche per il modo in cui il film affronta la diversità. Mentre nel mondo ci sono i leader di vari paesi che incitano all’odio raziale e sognano di innalzare muri per tenere i “diversi” lontani, il cinecomic Marvel esalta la diversità, ne mostra il potere e, parafrasando un celebre motto, fa dire al re di Wakanda «In tempi di crisi i saggi costruiscono ponti mentre gli stupidi innalzano barriere». W il Black Power insomma.

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Viene il sospetto guardando Black Panther che il regista sia un grande appassionato dei film di James Bond. Ce lo ha ricordato la scena ambientata nel casinò in primis, ma anche e soprattutto il laboratorio di Shuri, la sorella di T’Challa interpretata da Letitia Wright, che realizza congegni ultratecnologici da spia degni di Q.

Black Panther puo essere adatti ai bambini in età scolastica, quindi dai sette anni in su, ma attenzione, non è privo di violenza. Anzi! I combattimenti corpo a corpo sono molto intensi, le persone vengono uccise senza rimorso e due opposte fazioni lottano in una battaglia senza esclusione di colpi. Alex e Giorgio sono rimasti rapiti dalle ambientazioni africane di Black Panther e forti della loro conoscenza dell’Universo Marvel (non si sono persi un film), sono stati in grado di seguire la storia senza troppi intoppi. Giorgio si è un po’ spaventato durante la prima sfida per la contesa del trono ma si è ripreso subito e anzi, si è esaltato moltissimo durante la lotta finale tra pantere per decidere le sorti di Wakanda. Quindi fate attenzione. Il film è consigliato ai bambini che non siano particolarmente sensibili e impressionabili e che abbiano già macinato cinecomic Marvel. Negli Usa Black Panther ha ottenuto il rating PG-13.

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Un suggerimento. Prima di recarvi al cinema fate un piccolo ripasso degli ultimi film Marvel, partendo proprio dal primo film in cui vediamo in azione Black Panther, ovvero Capitan America – Civil War. Il cinecomic infatti, pur costruendo un nuovo mondo scollegato dal resto del cinematic universe Marvel di Thor, Iron Man ecc, mantiene comunque forti legami con la cronologia delle vicissitudini degli Avengers e rimanda continuamente sia ai film precedenti che a quelli futuri (Avengers: Infinity War).

Ricordatevi di non uscire dalla sala senza aver visto le due scene dei titoli di coda (una all’inizio e una rigorosamente alla fine di tutti gli interminabili ringraziamenti). Non ne rimarrete delusi.

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